periscopioIl tortuoso percorso seguito all’annuncio del governo di voler approvare la riforma del terzo settore in tempi brevi aiuta a capire quanto la realtà sia più complessa degli slogan. Un anno fa Matteo Renzi pronunciava queste parole: «Per realizzare il cambiamento economico, sociale, culturale, istituzionale di cui il Paese ha bisogno, è necessario che tutte le diverse componenti della società italiana convergano in un grande sforzo comune. Il mondo del Terzo settore può fornire un contributo determinante a questa impresa, per la sua capacità di essere motore di partecipazione e di autorganizzazione dei cittadini, coinvolgere le persone, costruire legami sociali, mettere in rete risorse e competenze, sperimentare soluzioni innovative». Da qui l’esigenza di raggiungere velocemente un accordo per «una misura che caratterizza questo governo, sono grato a chi dal terzo settore me lo ha suggerito, il terzo settore in realtà è il primo e va incoraggiato». Un racconto per punti di ciò che è successo dopo questo annuncio è contenuto nell’articolo di Stefano Arduini per Vita da cui abbiamo preso la citazione. Una ricostruzione più articolata è invece quella di Carlo Mazzini sul suo blog Quinonprofit.

In ordine: prima ci sono state le consultazioni online del non profit, poi l’approvazione del testo del decreto di legge delega in Consiglio dei ministri (10 luglio 2014). Quasi un mese dopo, il 6 agosto, la norma viene presentata alla stampa, ma il testo è diverso da quello licenziato a luglio. A fine agosto la presentazione alla Camera, dove la discussione in XII Commissione inizia il primo ottobre (un altro mese scivola via così), cui seguono le consultazioni di enti non profit «che tra gli sbadigli dei deputati fanno a gara per ripetere le più retrive banalità sull’importanza del non profit». Arriva il momento degli emendamenti: ne vengono presentati 667, per una norma di 11 articoli. Si discute, si vota, si approva, si scarta. È il momento dell’assemblea (nel frattempo siamo ad aprile di quest’anno), dove si segue lo stesso iter con la presentazione di 376 emendamenti, di cui 24 vengono approvati. Alla fine il testo viene votato e approvato a maggioranza. Mazzini si sofferma però sulla “qualità” di questo voto, sottolineando il fatto che il testo alla fine passi con soli 297 voti a favore, molto meno della metà dei deputati, perché i presenti al momento della votazione erano solo 468, con 50 astenuti. In tutto questo percorso, il testo è molto cambiato e quando arriva in Senato, il 20 aprile, è «lacunoso (non si parla di fondazioni bancarie, sportive dilettantistiche, enti ecclesiastici), in più parti non definisce di cosa parla (cosa è il Terzo Settore, cosa vuol dire senza scopo di lucro), cita pochissime leggi da modificare (quando sarebbero almeno un’ottantina!). Nel frattempo, la discussione mediatica si è concentrata soltanto sulla divisione sì o divisione no degli utili (con “cap”) delle imprese sociali».

Una riforma che si propone come innovativa e in grado di rilanciare il terzo settore, non si cura nemmeno di chiarire una distinzione fondamentale, quella tra terzo settore e non profit, fondamentale per chiarire una volta per tutte quali soggetti possono dividere gli utili eventualmente generali e quali no. Su questo si esprime in maniera molto chiara Giulio Sensi, sul suo blog per il mensile Vita: «Se naturalmente la leva per l’innovazione, il dinamismo, l’intraprendenza nel terzo settore è quella valoriale ed ideale, è da conservatori pensare che essa basti ad andare oltre le solite frontiere. Anzi, è vero il contrario. Poteva valere qualche decennio fa, oggi no. La leva economica, piaccia o no, è altrettanto importante per l’evoluzione del terzo settore. E va praticata. La paura di “tradimento” al solo parlare di profitto è roba da novecento, sempre con rispetto parlando. Anche perché l’unico terzo settore che può disinteressarsi della questione è quello che dipende da sicuri fondi, magari pubblici. Che, aldilà di marginali e possibili deviazioni note alle cronache anche giudiziarie, è sicuramente quello meno orientato al mercato e meno competitivo. Forse non è nemmeno più quello maggioritario ed è e sarà sempre in calo. Quindi niente paura cari amici del novecento, la parola “utili” si può pronunciare e “parzialmente” praticare come ama scrivere il legislatore, pensando che “parzialmente” basti a calmare la furia ideologica dei contrari. Soprattutto quando si fa per crescere e creare opportunità. Quando lo si fa per evolvere e non per arricchirsi sulla pelle degli altri».

L’iter comunque prosegue in maniera speculare a quanto avvenuto alla Camera, e ora siamo in attesa della presentazione degli emendamenti, dopo un primo esame del testo da parte della Commissione competente. Ciò che preoccupa è però il fatto che questo termine sia oggetto di un continuo slittamento in avanti: inizialmente doveva essere il 9 luglio, poi prorogato al 21 luglio. Il giorno prima, però, arriva l’annuncio che tale scadenza sarà ulteriormente prorogata: il nuovo termine è fissato per il 7 settembre. A quel punto, con la legge di Stabilità in arrivo, non osiamo immaginare quale ulteriore abbassamento di priorità potrà conoscere la riforma del terzo settore. Pardon, del primo settore.