di Marco Calini
Ascolta si fa sera; invito saggio, ma ignorato da più di uno spettatore pagante del Tribute to Miles. Con l’imbrunire, sabato 9 luglio all’arena Santa Giuliana di Perugia, è infatti calata anche la disponibilità all’ascolto. Né soddisfatti né rimborsati, in tanti hanno mollato il colpo prima che il silenzio si riprendesse il palco dopo uno dei concerti più attesi di Umbria Jazz 2011. Molti di più, con un tasso maggiore di educazione, sono sfilati non appena Miller, Hancock e Shorter avevano esaurito il coast to coast della parabola seguita dal Maestro di libertà jazz senza chiedere bis. Dagli anni Cinquanta agli Ottanta i tre musicisti tenuti a bottega da Davis hanno camminato e sostato in un percorso sdrucciolevole. Che fare? Riprodurre Davis in ciclostile? Impossibile anche per loro. Distillarlo attraverso la propria testimonianza musicale, invece, è stata la scelta del trio, rinforzato da un Sean Jones alla tromba, che Perugia aveva già sentito e apprezzato l’anno prima sempre a fianco di Miller, e Sean Rickman alla batteria. Scelta coerente con lo spirito magno che si celebrava. Scelta portata sino in fondo. Evidentemente troppo per qualcuno. Troppo per chi entra a un concerto per uscirne uguale. Troppo per chi cerca conferme alla propria ideuzza di musica e non si impegna ad ascoltarla. Troppo per chi in un concerto aspetta di vedere matare il toro e che il sangue scorra a rivoli. Purtroppo per loro, niente di tutto questo; fortunatamente, di converso, un passo indietro da ognuna delle star perché la scena se la pigliasse per intero la musica.

Orchestra di fatto anche se non di nome, quella di sabato sera, e fortunatamente, perché questo doveva essere, da programma, un concerto e un concerto è stato, non un furbo pretesto per mettere in moto la fabbrica degli assoli. Che è poi nient’altro che quello che il pubblico ai primordi dell’opera voleva dai cantanti. Andassero pure a farsi benedire la musica e la decenza del libretto: valeva più un bel gorgheggio. Costoro, però, non hanno avuto soddisfazione né umiltà. La soddisfazione di sentire il già sentito, l’umiltà di ascoltare quello che tre tipetti tutto sommato abbastanza in gamba avevano da dire. Niente scene madri; la voce dei propri strumenti al servizio della trama musicale, il lirismo della propria arte all’epos corale del poema. Questo si chiama rispetto. Questo è il tributo di cui al titolo. Il prodotto, per una volta, era conforme a quanto compariva sulla confezione. Si apprezza tanta onestà da chi è in grado di fare al basso, alla tastiera, al sax ciò che vuole? Manco per idea. Meglio svolazzi e orpelli per andare a dormire soddisfatti. E invece niente. Nessuna concessione, nessuna volgarità: un rigore che sarebbe piaciuto a quel signore che qualcuno intendeva come civetta per l’event, e che Miller, indice alzato, ha salutato come ideale direttore, Miles Davis.

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