Negli ultimi mesi ci siamo occupati spesso di ansia (qui per esempio), un’emozione che molti di noi si sono trovati ad affrontare dall’inizio della pandemia. C’è però un ambito in cui l’ansia non è una patologia, bensì una risorsa: la filosofia. La tesi è proposta da Samir Chopra, docente di un’università di New York, su Psyche. Alla base dell’indagine filosofica, spiega Chopra, c’è una particolare forma di ansia, che si può vedere come una risposta umana alla nostra finitezza, mortalità e limitatezza epistemologica. Quella che comunemente chiamiamo “sete di conoscenza” o “ansia di sapere”, ossia quella necessità di porci domande (e possibilmente trovare risposte) sui tanti lati oscuri dell’esistenza umana. Fare domande per dissipare l’incertezza è lo scopo dell’indagine, mossa proprio dall’ansia filosofica. Secondo la Metafisica di Aristotele, spiega Chopra, tutti gli uomini per natura desiderano conoscere, ma la dimensione indagatrice, interrogativa, filosofica è prerogativa dell'”essere ansioso”. In questo senso l’ansia non è qualcosa da scacciare, bensì ciò che ci porta a sondare il grande, insolubile mistero che è al nostro cospetto.

Teorie contro l’ansia

L’antidoto a questa ansia è rappresentato dalle teorie del mondo. La ricerca di conoscenza serve a respingere l’ignoto che ci pervade, rendendo il mondo più prevedibile e noi meno ansiosi. L’indagine più importante è quella dentro noi stessi. L’ansia ci porta a entrare in questa “sacra camera interiore”, rivelandoci quale problema esistenziale siamo più ansiosi di risolvere. Una delle caratteristiche della speculazione su un’idea di divinità riguarda proprio l’onniscienza, alla quale consegue una calma beata (il luogo comune “beata ignoranza” va completamente ribaltato): come potrebbe un essere dotato di una conoscenza onnicomprensiva essere ansioso per qualcosa? Anche l’indagine etica tradisce un’ansietà relativa alle nostre azioni, parole e pensieri: sto facendo la cosa giusta? Qual è il modo giusto di trattare gli altri? Come è giusto vivere? Sarò ricompensato per le mie azioni virtuose? Blaise Pascal e Sant’Agostino tracciano una solida relazione tra fede e incertezza. Ma con la modernità le vecchie forme di conoscenza sono sostituite da nuove domande e priorità. L’ansia di Cartesio nasceva dall’incertezza e mutevolezza delle credenze. Questa ricerca di certezza e la riluttanza a tollerare errori di valutazione sul mondo rivelano una grande paura, una spinta verso la verità che Nietzsche descrive come un’ossessione umana.

Intelletto ed emozioni

Ma se l’ansia, con tutti i suoi dubbi, non avesse una componente emotiva, osserva Chopra, non sarebbe così produttiva in termini di ricerca filosofica. Dovremmo quindi forse ripensare la rigida separazione che siamo soliti tracciare tra intelletto ed emotività. L’ansia religiosa sul fatto che la fede sia abbastanza sincera, che si è espressa in un’intensa speculazione teologica sul rapporto tra vita e ricompensa, tra salvezza e conoscenza, ha implicazioni emotive fortissime. Il calvinismo ha prodotto un terrore assoluto nel fedele, che per tutta la vita si chiede se ricade tra i prescelti da Dio o se sarà dannato per sempre. San Paolo darà una risposta che può essere interpretata in maniera più rassicurante: «Il giusto vivrà mediante la fede». Tutto è mistero, ma davanti a una fede incrollabile, ogni mistero cade. In una visione più laica, però, l’ansia filosofica è irriducibile, perché man mano che aumenta la nostra conoscenza, questa ci mette a confronto con nuovi territori d’incertezza. Curare l’ansia, dunque, vorrebbe dire rimuovere ciò che è più tipicamente umano, un’accusa talvolta rivolta a stoicismo e buddismo. Eppure l’indagine filosofica, quando ha successo, può renderci sazi e beati. In questo percorso, l’ansia è la nostra compagna tenace, sgradita e indispensabile.

(Foto di Lex Sirikiat su Unsplash)

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