Essere donna in Italia significa vivere una condizione di svantaggio. Nel caso qualcuno pensasse che ci vogliamo intestardire su una posizione priva di fondamento, abbiamo dato un’occhiata al Global gender gap record 2012, elaborato dal World economic forum. Se nel 2010 e nel 2011 eravamo fermi al 74esimo posto su 135 Paesi considerati, oggi siamo addirittura scesi all’80esimo. Le donne sono penalizzate soprattutto nell’ambito lavorativo, dove scivoliamo al 101esimo posto. Andiamo leggermente meglio per ciò che riguarda il livello d’istruzione, dove siamo al numero 65, ma la tendenza è decisamente negativa visto che fino all’anno scorso eravamo 48esimi. Teniamo sul livello di salute, dove siamo passati dalla posizione numero 95 del 2010 alla 75 e 76 del 2011 e 2012. Male il potere politico, dove in un anno cadiamo dal 55esimo al 71esimo posto.

Nessun dato confortante insomma per accogliere la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre. La parità di accesso ai diritti fondamentali e alle opportunità di realizzazione è infatti la base per fare uscire il nostro Paese dall’alveo degli esempi negativi sul tema. Pari opportunità che non si raggiungono “concedendo” posti nei ruoli apicali della politica, dell’economia, della ricerca, bensì mettendo allo stesso livello, a prescindere dal genere, l’asticella da superare per raggiungerli. Nel sottoscrivere la Convenzione contro la violenza maschile sulle donne e il femminicidio, chiediamo, assieme al coordinamento che l’ha proposta, di essere aggiornati su quale sia nei fatti «l’efficacia e l’attuazione del Piano Nazionale contro la violenza [di genere e lo stalking] varato dal governo nel 2011, e di predisporne una immediata ed efficace revisione con il contributo dei soggetti promotori della presente Convenzione». Ci auguriamo che, come chiesto nell’appello, il governo abbia l’accortezza e la lungimiranza di consultare le associazioni che l’hanno sottoscritto per discutere le proposte in materia di prevenzione, contrasto e protezione. Atto dovuto sarebbe anche «la ratifica immediata della Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica».

Proprio dall’Europa non arriva un segnale positivo per quanto riguarda le donne e le loro libertà. Il 21 novembre è stato infatti nominato Commissario europeo per la salute e la tutela dei consumatori il maltese Tonio Borg. Egli è un convinto anti-abortista e contrario al divorzio (oltre che, manco a dirlo, all’allargamento dei diritti civili a gay e coppie di fatto). Borg ha garantito che le sue personali convinzioni non influiranno sul suo operato da Commissario, ma il fatto che debba occuparsi proprio di salute non ci lascia del tutto tranquilli. Per chi volesse dedicare un po’ del suo tempo a questo tema, consigliamo lo spettacolo “Ferite a morte”, elaborato da Serena Dandini sulla base di storie vere di violenza domestica. Un’antologia di racconti per portare l’attenzione e riflettere sul problema. Tre le date in calendario: il 24 novembre a Palermo, il 30 novembre a Bologna e il 9 dicembre a Genova.

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