Il decreto attuativo della riforma denominata “Buona scuola” (la legge n. 107 del 2015) ci fornisce un ideale appiglio per proseguire il discorso introdotto ieri sull’efficacia delle iniziative governative per la promozione della cultura. Ieri si parlava di lettura, oggi di cultura umanistica. Il testo del decreto (atto del governo n. 382), attualmente in discussione in Commissione alla Camera, si intitola “Norme sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività”, e contiene una serie di principi e linee guida su ciò che dovrà fare in futuro la scuola affinché una certa parte del sapere, quella umanistica, riceva il giusto spazio nell’iter scolastico degli studenti.

Non dubitiamo delle buone intenzioni di chi ha scritto il testo, ma purtroppo bisogna constatare che i risultati non sono entusiasmanti, in particolare per una certa idea di cultura che traspare dalle pagine del decreto. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari, su Repubblica, non ha lesinato critiche, citando punto per punto le cose che a suo dire non vanno.

Innanzitutto il fatto che sia un provvedimento a costo zero. O meglio, come si legge all’articolo 17, dalla sua applicazione non devono derivare nuovi oneri, ma è previsto che una piccola parte dei fondi stanziati per la legge 107 siano destinati a questo obiettivo (comunque si tratta di poca cosa, un fondo da due milioni di euro annui). I problemi però non finiscono qui, perché all’articolo 1, comma 3, quando si definiscono i principi e le finalità del decreto, arriva una frase che lascia perplessi: «Per assicurare agli alunni e agli studenti l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività degli alunni e degli studenti, anche connessa alla sfera estetica e della conoscenza storica, tramite un’ampia varietà di forme artistiche, tra cui la musica, le arti dello spettacolo, le arti visive, sia nelle forme tradizionali che in quelle innovative».

Una visione che coniuga in maniera piuttosto disinvolta il “patrimonio culturale” con il “Made in Italy”, senza dimenticare la creatività. Un approccio che da un lato denota una certa vaghezza di intenti, dall’altro accosta concetti piuttosto distanti tra loro, come fossero molto simili: «Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi – scrive Montanari –: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: “Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia”. Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda “la pratica della scrittura creativa”, la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur».

Ma al di là dei termini, la preoccupazione più grande è il tipo di società che ha in mente chi innesca tali cortocircuiti concettuali: «Una società in cui non si riesca nemmeno più a distinguere la conoscenza critica dall’intrattenimento, l’essere cittadino dall’essere cliente, il valore delle persone e dei princìpi dal valore delle “eccellenze” commerciali. Una società dello spettacolo a tempo pieno, un enorme reality popolato da “creativi” prigionieri di un eterno presente, senza passato e senza futuro. Già, perché la creatività ha preso il posto della storia dell’arte, che continua a non essere reintrodotta tra le materie curricolari da cui la Gelmini l’aveva espulsa in vari ordini di scuole». Sulle pagine della Domenica del Sole 24 Ore rincara la dose Pietrangelo Buttafuoco, che definisce il Made in Italy come «la prosecuzione delle tre sciagurate “i” berlusconiane – ovvero Internet, Impresa, Inglese – in altri intrattenimenti».

Non che ci si voglia scagliare a tutti i costi contro chi porta avanti una causa tutto sommato giusta (ossia, ricordiamolo, la promozione della cultura umanistica a scuola), benché a costo zero sia davvero difficile immaginarne una qualche efficacia, ma il punto è proprio la sostanza. Troppe formule già sentite e parole più vicine al marketing che alla cultura. Possibile che sia questo il meglio che si riesce a immaginare per il futuro degli studenti?

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