Tempo fa, parlando di finanziamento pubblico ai partiti (pardon, rimborsi elettorali), avanzavamo una semplice, quasi banale riflessione. Se è vero che la natura pubblica delle risorse dei partiti garantisce che questi ultimi siano liberi dalle pressioni generate da un finanziamento privato, allora perché in Italia ogni tentativo di riforma che punti alla liberalizzazione delle professioni e dei settori più “ingessati” finisce sempre dimenticata in un cassetto, o sfigurata da emendamenti che ne cambiano completamente i connotati? Succedeva con i governi “politici”, com’è stato quello precedente, e continua a succedere ora, sotto il governo tecnico guidato da Mario Monti. Il 9 luglio, un articolo di Michele Ainis sul Corriere faceva il punto su questi ultimi due esecutivi, mettendo in mostra tutta l’inconsistenza di manovre che annunciavano grandi cambiamenti e che poi sono arrivate alla fine dell’iter legislativo del tutto svuotate dei loro contenuti iniziali (alcune, per la verità, partivano già male).

Iniziamo dalla fine, e cioè dai primi decreti emanati dal governo Monti, quelli che dovevano far registrare un vero cambio di marcia: «È ancora fresco il ricordo del fuoco di sbarramento alzato dalle lobby contro il decreto “salva Italia” (4 dicembre 2011), e successivamente contro il decreto “cresci Italia” (24 gennaio 2012, salutato in Parlamento da 2.299 emendamenti). Sicché la vendita al supermercato dei farmaci di fascia C va a farsi benedire; i tassisti scansano le liberalizzazioni; i commercianti le rinviano in nome della competenza regionale; i petrolieri mantengono il vincolo di fornitura in esclusiva sui carburanti (a eccezione dei benzinai proprietari della pompa: ma sono il 2 per cento appena del totale). Mentre le banche, nello stesso giorno in cui entra in vigore la legge che azzera le commissioni bancarie (25 marzo 2012), ne ottengono il ripristino con un decreto legge, anche perché nel frattempo i vertici dell’Abi si erano dimessi in blocco».

Sono poche righe (a voi il “piacere” di leggere il resto dell’articolo), ma c’è dentro tanta Italia, purtroppo. Un Paese i cui cittadini sono costretti a sostenere una pressione fiscale tra le più pesanti, volta anche a finanziare una politica dai costi altissimi (vedremo quali effetti, positivi e negativi, avrà la spending review approvata in questi giorni), non ricevendo in cambio azioni volte alla tutela dei loro diritti e interessi. C’è sempre una causa di forza maggiore. Ma quale forza è maggiore della richiesta di cambiamento da parte della popolazione? Ogni volta che si cerca di colpire gli ordini corporativi che si spartiscono le poche torte ancora rimaste, le reazioni vanno dalle minacce agli scioperi. Si va incontro a una logica di ricatto che evidentemente ha una contropartita talmente forte da legare le mani alla politica, che di volta in volta china il capo di fronte alle linee serrate di farmacisti, tassisti, notai, commercialisti, petrolieri, proprietari di network televisivi, banchieri, finanzieri, editori, scuole private.

La realtà è che l’economia e la spinta propulsiva di cui abbiamo bisogno per uscire dalla crisi non può venire solo da tagli e contenimenti della spesa pubblica. C’è bisogno di manovre che aprano i mercati, e sgretolino le corporazioni che li tengono in pugno. Ma il fatto che lo stia scrivendo il blog di un’associazione di volontariato, rivolgendosi a un governo di docenti e professionisti di economia e finanza, la dice lunga sul fatto che il problema non è trovare la soluzione, ma avere la forza di arrivarci.