In televisione si moltiplicano i talk show a carattere politico. Ma è vero confronto quello che viene proposto? O si tratta piuttosto di momenti di comunicazione politica dei leader, che sempre più spesso preferiscono l’intervista a tu per tu col conduttore, piuttosto che con altri rappresentanti politici? Provano a rispondere Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani sul Sole 24 Ore.

Qualche sera fa, nel pieno delle discussioni, non sempre composte, che hanno preceduto la formazione dell’attuale Governo, il commissario Agcom Antonio Nicita poneva con un tweet una questione sulle forme dell’informazione televisiva: «C’è il modello #portaaporta di ieri con esponenti singolarmente ascoltati a turno. Poi c’è il modello #dimartedi con prima un esponente singolo e altri dietro le quinte che ascoltano, e dopo un esponente, di analoga forza parlamentare, con 6 giornalisti. Addio al #contraddittorio?». Rispondeva Marco Congiu, giornalista di SkyTG24, che in alcuni casi quello è «l’unico modo. C’è un partito che accetta di partecipare e rispondere alle domande solo se in studio non ci sono suoi avversari politici».

Quello emerso da questo dialogo è un fenomeno reale e diffuso. Sta progressivamente scomparendo la trasmissione incentrata sul confronto fra leader politici, per fare spazio a un dialogo a tu per tu con il giornalista, che rischia di diventare un monologo se l’intervistatore non riesce a imporre argomenti e tempi (o non vuole).

Va detto che la comunicazione politica occupa svariati media. Considerare la televisione a sé, però, non sembra sbagliato per più di una ragione.

Anzitutto, il rapporto Agcom del febbraio 2018 ribadisce come il “piccolo schermo” rimanga il mezzo più utilizzato dagli italiani: «La televisione si conferma il mezzo con la maggiore valenza informativa, sia per frequenza di accesso anche a scopo informativo, sia per importanza e attendibilità percepite».

La tv, poi, è centrale non solo per ragioni “quantitative”. Il modello di comunicazione politica che sembra oggi imporsi in rete, specie sui social network, è caratterizzato dalle “filter bubble”. In altri termini, poiché l’utente è portato a scegliere solo le informazioni che consolidano le proprie credenze, spesso si creano “bolle” impermeabili alla critica, ove prospera un pensiero unico che si fa sempre più radicale. In assenza di contraddittorio, la televisione rischia di replicare lo stesso schema, nel quale i “tifosi” si limitano ad ascoltare la voce del loro idolo, magari cambiando canale quando compare l’avversario politico. Se così è, non pare irragionevole indurre il mezzo che è in grado di farlo, a raccogliere, presentare e far confrontare in un unico contesto le idee più diverse.

Infine, una emittente pubblica, finanziata dal canone, ha senso solo se si mantiene quale agorà aperta, luogo di dibattito non partigiano ove rappresentare la diversità culturale di una nazione. Ciò permette di valorizzare la sua funzione di “ponte” tra le differenti opzioni ideologiche, in un contesto tecnologico che, come accennato, secondo alcuni tende a ridurre i luoghi di confronto.

Domandiamoci: esistono regole che pongono un argine ai soliloqui televisivi?

Una prima indicazione, per così dire “di principio” si trova nella legge n. 28 del 2000, quella sulla par condicio, da cui si ricava in più passaggi come i politici non debbano essere i “signori dello schermo”. Di conseguenza non può spettare a loro la scelta del “format” a cui partecipare.

Ma esiste una sorta di “obbligo al confronto”? Forse un obbligo no, ma una forte raccomandazione sì. La legge assicura parità di condizioni «nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione». Si può notare come la maggior parte delle modalità preveda appunto un confronto diretto.

Una conferma in questo senso si trova nella sentenza che due anni più tardi ha rigettato i dubbi di incostituzionalità di tale normativa.

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(Foto di John-Mark Smith su Unsplash)